100 Trump contro un Berlusconi
- tentativo2ls
- 6 lug 2025
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La statura non è la stessa, ma Silvio Berlusconi e Donald Trump hanno molte cose in comune. Infatti, le storie sono simili. E sicuramente entrambi hanno trasformato la politica in un proprio palcoscenico personale, recitando la parte del leader mentre stringevano accordi economici.
Berlusconi, magnate dei media, ha utilizzato le sue reti televisive per comunicarci che meno male che Silvio c’è, che lui era l’uomo del fare, il salvatore dell’Italia. Trump, imprenditore immobiliare e star dei reality, ha sfruttato la sua fama per presentarsi come l’outsider che avrebbe “prosciugato la palude” di Washington. In entrambi i casi, la politica è diventata un’estensione del loro brand personale. Infatti, sia Berlusconi che Trump hanno fatto dello stile provocatorio e offensivo un marchio di fabbrica: gaffe, insulti e comportamenti discutibili sono stati utilizzati per attirare l’attenzione dei media e consolidare il loro seguito. La politica si è trasformata in un reality show, dove l’onore del politico diventa giocoleria del personaggio dello spettacolo. Però dietro le quinte del teatro dei buffoni si nasconde una strategia precisa: distrarre l’opinione pubblica dai problemi veri e consolidare il potere personale.
Ed è strano, infatti, sentire come una sensazione di dejà-vu. Silvio Berlusconi ha introdotto tutti questi metodi di comunicazione e manipolazione vent’anni fa: businessmen sceso in politica, linguaggio politicamente scorretto, battute pesanti a sfondo razzista e misogino. Sia Trump che Berlusconi hanno mostrato disprezzo nei confronti della legge e spregiudicatezza negli affari. D’altronde gli uomini d’affari che sognano le democrazie occidentali si sono fatti da soli, sono squali in completo blu che nuotano nel mondo dell’ostentazione di una ricchezza pacchiana.
Trump e Berlusconi hanno creato la loro immagine basandosi sul motto “me against the world” (o la variante “me against comunisti)”, che ha incredibilmente attecchito su di un’ampia fetta di elettorato. Anche la loro maniera di affermarsi si è rivelata simile: entrambi hanno sfruttato una situazione di crisi della politica tradizionale. Mentre Berlusconi ha cavalcato l’onda di Tangentopoli (che spazzò via buona parte della classe dirigente italiana dell’epoca), Trump ha sfruttato a suo favore la sfiducia che la maggioranza dell’elettorato americano provava nei confronti della Clinton.
Dopo essere riuscito per quattro anni ad evitare per un pelo la prigione, Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Per un qualsiasi osservatore al di fuori degli Stati Uniti, la rielezione di un criminale condannato che ha cercato di ribaltare illegalmente un’elezione è sconcertante. Ma per gli italiani no. Abbiamo ben presente (come un ricordo di infanzia) che Berlusconi è stato perseguito più di 30 volte con accuse, tra cui appropriazione indebita, corruzione di giudici, prostituzione. Molti casi non sono stati processati, a volte perché Berlusconi ha cambiato la legge in base alla quale era stato accusato. Solo una volta è stato condannato, per frode fiscale, nel 2013. Ciò ha portato a una pena detentiva di quattro anni, di cui tre graziati, un anno di servizio civile e un divieto di sei anni dall’ufficio legislativo – da cui si è immediatamente ripreso, nel 2019, come europarlamentare.
Quindi, i parallelismi con Donald Trump sono sorprendenti: entrambi hanno iniziato come magnati immobiliari, sono diventati star dei media e sono passati alla politica. Entrambi hanno deciso di minare le istituzioni consolidate del loro paese, compresa la stampa e la magistratura. Respinti dalle rispettive istituzioni liberali, entrambi hanno anche risposto – nonostante la grande ricchezza – con la tattica populista di presentarsi come la vera voce del popolo contro un’élite fuori dal mondo e corrotta.
Inoltre, è visibile come, sotto la guida di leader imprenditori, la destra ha abbracciato una visione neoliberista estrema, in cui lo Stato nella sua accezione pubblica (e a dir la verità anche unica reale accezione) è un ostacolo al libero mercato. Berlusconi ha promosso leggi che favorivano le sue aziende e indebolivano le istituzioni democratiche. Trump ha tagliato le tasse per i più ricchi e smantellato regolamentazioni ambientali e finanziarie, beneficiando principalmente le grandi corporazioni. In questo modo, lo Stato diventa l’impresa del leader da condurre tra business plan e piani di mercato. Una vendita di un ramo d’azienda lì (vedi il fallimento concordato di Alitalia), un investimento qua (guerra sì, guerra no) e alla fine dell’esercizio si vede se gli utili (dell’imprenditore, mica degli operai che lavorano nella “azienda” popolare) riescono a superare i costi.
Biden ha affermato, sorprendentemente, che oggi in America sta prendendo forma un’oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza che minaccia l’intera democrazia, i diritti fondamentali e la libertà dei cittadini americani (dalla classe media in giù), e la giusta possibilità per tutti di andare avanti. Un’oligarchia è una società governata da pochi. Una plutocrazia è una società governata dai ricchi: oggi gli Stati Uniti stanno tendendo pericolosamente verso la seconda.
E, forse, il punto focale della questione e la principale differenza tra Trump e Berlusconi sta proprio qui: anche se entrambi i leader sono nati grazie a un processo più o meno simile, hanno seguito strategie diverse. Berlusconi ha portato avanti un’operazione politica programmata e portata avanti in modo consapevole, a differenza di Trump che non aveva i mezzi per influenzare direttamente la massa elettorale necessaria alla sua elezione. Infatti, la candidatura di Trump è nata per scherzo, tra i meme dei social network e le freddure dell’opinione pubblica, diventando, una volta eletto, un incubo distopico in cui un miliardario narcisista cambia idea in continuazione e non ha programmi reali per una delle nazioni con maggior peso mondiale.
La storia politica di Berlusconi, invece, si potrebbe dire quasi più onorevole (se si può definire onorevole un uomo che ha inventato quel tipo di politica). Berlusconi era senz’altro un imprenditore di successo, un meno bravo presidente del consiglio, sebbene abile e astuto, in grado di sfruttare a suo vantaggio e nel migliore dei modi un momento di crisi politica che altrimenti avrebbe portato al tracollo del paese. Berlusconi si proponeva come imprenditore capace, portando come testimonianza il successo delle proprie aziende, come uomo in grado di riformare e ammodernare lo Stato, rendendo più efficiente, veloce e meno costosa la pubblica amministrazione (tramite la sua sburocratizzazione, riorganizzazione e informatizzazione). Forza Italia prometteva anche quello di un forte ridimensionamento della disoccupazione: furono promessi da Berlusconi un milione di nuovi posti di lavoro (anche se collaboratori vicini a Berlusconi affermarono che era stata la situazione di difficoltà in cui versava la Fininvest uno dei motivi della scesa in campo di Berlusconi in politica).
Forse era la strategia che lo salvava, forse quel decoro tutto italiano dell’uomo vestito di lino e pelle vera, forse le belle donne.
Trump, dall’altro lato, si è dimostrato facilmente un ragazzino miliardario annoiato che voleva fare la politica dopo aver fatto lo spettacolo, come se la Cassa Bianca fosse un’incredibile reality. Non è nemmeno mai stato un vero palazzinaro, di cui la sinistra accusava Silvio. L’impresa edilizia di Fred Trump, padre del presidente americano, è stata liquidata e spartita tra i figli appena passato a miglior vita. Anche la Trump Tower, nella campagna trumpiana esempio dell’uomo che si è fatto da solo, è stata un regalo di buon compleanno del padre al figlio. Il risultato è un presidente sconclusionato, che dà ordini via tweet, una mina vagante che vira sempre a destra (forse perché partito più confacente all’azione che alla riflessione), e infatti si dichiara “indeciso di carattere”, un giorno potrebbe dire di no, un giorno potrebbe dire di sì, sapete com’è? (forse è l’ennesima ricchezza dei miliardari quella di godersi la possibilità di dire sì o no un po’ a casaccio).
Senz’altro leader come Berlusconi e Trump ci insegnano che la politica è cosa d’onore, che non può essere lasciata nelle mani di chi la vede come un mezzo per arricchirsi, o per risanare le proprie società in liquidazione o per soddisfare le proprie manie egoriferite. È che forse è fondamentale tornare a una visione di Stato, in primo luogo, e di persona politica (e non personaggio) in secondo, che non sia scelto fra grandi ricchi ma fra grandi dignità.
Sicuramente mai avrei immaginato che Trump mi avrebbe fatto finire a lodare il Cavaliere. D’altronde, è importante ricordare che quando Berlusconi gli aveva esposto l’idea della fondazione di un nuovo partito, Craxi aveva appoggiato l’idea, consigliandogli di scegliere un accordo con la Lega Nord di Umberto Bossi nei collegi del Nord Italia e con notabili DC e PSI in quelli del Sud. Berlusconi, a quel punto, aveva valutato anche un accordo con il Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, di Gianfranco Fini, ma Craxi gli aveva risposto in maniera tassativa: «Silvio, con i fascisti mai.»
FONTI:
Bernie Sanders, Sfidare il capitalismo (Fazi Editore, Roma 2024).

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