Un anno senza sesso lieto fine incluso. Il memoir di Melissa Febos e il trend boysober di TikTok raccontano lo stesso anno senza sesso. Partono da punti opposti e finiscono nello stesso posto: in due.
Le regole sono queste: masturbarsi sì, flirtare no. “Potevo darmi piacere, ma non potevo flirtare” spiega Melissa Febos con la precisione di un regolamento condominiale, raccontando come ha definito il suo anno di astinenza. Niente appuntamenti, niente relazioni, niente sesso con altri, niente seduzione. Era il 2016, Febos aveva trentacinque anni, e doveva durare tre mesi, dopo una relazione di due anni finita in macerie. È durato un anno, e secondo l'autrice è stato il più felice della sua vita fino a quel momento.
Da quell'anno è nato The Dry Season. A Memoir of Pleasure in a Year Without Sex, uscito per Knopf nel 2025 e accolto da tre recensioni stellate, da BookPage, Kirkus e Publishers Weekly. Quest'anno è arrivato in Italia con Nottetempo, come Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso. Febos è una scrittrice seria: Girlhood ha vinto il National Book Critics Circle Award per la critica, e lei insegna nel programma di scrittura narrativa dell'Università dell'Iowa, proprio per questo il libro merita di essere preso sul serio.
Nel 2024, su TikTok, era esploso boysober, lanciato dalla comica Hope Woodard: un anno senza appuntamenti né sesso, dichiarato in pubblico e condiviso da migliaia di donne, stesse regole ma un registro opposto: sa una parte un memoir con bibliografia, dall'altra un trend da trenta secondi. Messi uno accanto all'altro si somigliano più di quanto il memoir vorrebbe, e a tratti il meme vede più lontano.
La tesi di questo pezzo è semplice: The Dry Season non è un libro sull'astinenza. È un libro sulla coppia, e lo è in tre modi: diagnostica una malattia sociale e prescrive una cura individuale, prende dalle sue antenate l'estetica della solitudine e lascia sul tavolo la comunità che la rendeva possibile e chiude il cerchio esattamente dove la cultura che dice di criticare voleva che si chiudesse: davanti a una persona amata, finalmente meritata. Boysober inciampa nello stesso finale, ma almeno se ne accorge.
Sulla diagnosi, Febos peró ha ragione: in una intervista sul libro pubblicata sul suo sito dice di non dare troppo credito alle spiegazioni patologiche dei comportamenti individuali, perché viviamo in una società malata, e descrive il nostro rapporto con l'amore e il sesso come intriso di vergogna, inquinato dal commercio, costruito sulle stesse strutture di potere che reggono tutto il resto, difficile dirlo meglio.
Poi arriva la cura: anno di tempo dedicato e lavoro specifico su di sé, un inventario rigoroso delle relazioni passate, il lessico dei gruppi di recupero, che Febos conosce bene, sobria da oltre un decennio già all'epoca dei fatti: l'obiettivo dichiarato è smettere di trattare gli altri come la propria potenza superiore.
Si dirà che un memoir non può fare altro: racconta una vita, non scrive un programma politico, è vero, ed è proprio il punto: il problema non è che Febos parli di sé, ma che presenti la propria storia come risposta a una diagnosi che lei stessa ha definito collettiva.
Il punto più rivelatore arriva quando le chiedono di chi è solo non per scelta ma per circostanza. La risposta: “troppo poco amore e troppo amore sono, in fondo, lo stesso problema, una questione di fissazione e squilibrio”. Chi passa le serate da sola senza averlo deciso sarà felice di sapere che il suo guaio è identico a quello di chi ha troppi amanti. Quello che resta è un rapporto sbagliato con la solitudine, da correggere una persona alla volta.
Va riconosciuto che il libro vede il lavoro di prestazione richiesto alle donne: Febos, che da giovane ha lavorato come sex worker, ragiona sulla seduzione come mestiere imparato per sopravvivere, ma anche lì la risposta resta biografica. Il problema è collettivo, la soluzione è un anno sabbatico dell'anima.
Boysober, almeno, è nato come gesto di gruppo. Migliaia di donne che si dichiarano in pausa insieme, ad alta voce, con un nome comune. Non è una politica, e un hashtag somiglia più a un pubblico che a una comunità, ma Woodard racconta di essersi appoggiata alle amiche, e il trend è passato presto dallo schermo alle serate dal vivo. È già qualcosa di più di un inventario personale.
La genealogia è la parte che la critica ha amato di più: Ildegarda di Bingen, le beghine, le Shakers, il collettivo femminista radicale Cell 16, Saffo, Colette, Woolf, Octavia Butler, Agnes Martin. Donne che hanno scelto di sottrarsi all'amore romantico per fare altro, ed é anche la parte in cui il libro bara.
Prendiamo le Shakers. Il loro celibato non era un esercizio di consapevolezza: era il pilastro di comunità religiose in cui le donne avevano ruoli di guida e, non potendo fare figli, si cresceva adottando orfani e accogliendo nuovi membri. Le beghine non erano monache, ma laiche, senza voti formali, con un impegno informale alla castità, vivevano insieme in comunità di sostegno reciproco. Ildegarda era una badessa. Cell 16 faceva del celibato una scelta politica, da prendere in gruppo. Tara Isabella Burton, in una recensione entusiasta per il Wall Street Journal tradotta da Internazionale, legge il libro come un libro sulla fede, o almeno sulla fame di fede. Solo che Febos non appartiene a nessuna confessione: delle mistiche prende la forma ma non il destinatario. Tradotto: quelle donne potevano fare a meno del sesso perché avevano qualcos'altro che le reggeva. Una casa comune, una regola comune, un Dio, una causa. Febos prende la solitudine e il resto lo lascia lì. Le amiche, certo, ci sono, e il libro racconta come quell'anno abbia cambiato anche quei legami, ma un'amicizia non è una regola condivisa né un'istituzione. Le sue antenate erano in tante e vivevano sotto lo stesso tetto; lei, con un taccuino e un programma di recupero, l'esperimento lo conduce da sola.
L'ironia è che, delle due, la più vicina alle beghine è boysober. Una regola condivisa, una comunità di pari, un nome da pronunciare insieme, senza Dio ma con l'algoritmo.
Dopo l'anno di astinenza, Febos incontra la poeta Donika Kelly, che diventa sua moglie. Kelly compare solo nelle ultime pagine, ma con una frase che pesa: “Grazie a Dio non ci siamo incontrate finché non ero pronta” È una frase dolcissima ed è la chiave di tutto il libro. Pronta. L'astinenza è una fase di preparazione, il ritiro prima della partita.
Il dettaglio più interessante è che Febos quel finale non lo voleva. Intendeva chiudere il racconto un attimo prima dell'incontro; è stata la sua editor da Knopf a convincerla a tenerlo. Febos le ha poi dato ragione: lasciarlo fuori sarebbe stato infedele a quello che era successo davvero. Giusto. Ma un'autrice che voleva fermarsi sulla soglia, e un'editoria che le chiede di varcarla, dicono del genere più di quanto dica il lieto fine stesso.
Si potrebbe obiettare che questo non è il finale che la cultura prescrive: Febos sposa una donna, e un matrimonio queer non è il copione della commedia romantica. Vero. Ma il copione non riguarda il genere di chi sta all'altare, riguarda la forma. Febos conosce l'obiezione e la anticipa. Racconta di aver pensato, alla fine dell'anno, che sarebbe potuta restare felicemente sola per sempre, e poi di aver incontrato la moglie; aggiunge che ci insegnano a vedere il matrimonio come il lieto fine, mentre per lei è stato l'inizio di una storia più interessante. Che, a ben vedere, trasforma il lieto fine in un sequel.
Woodard ha spiegato di detestare la parola celibato, per quel retrogusto di purezza che continua a mettere gli uomini al centro: come se l'astinenza fosse solo un'attesa, casta finché non trovi qualcuno. Un video di TikTok ha visto il problema che un memoir di critica culturale ripropone intatto. Anche se, per onestà, Woodard stessa dice che l'obiettivo è arrivare a scegliere un partner senza averne bisogno. Il meme vede la trappola e ci cade lo stesso, solo un passo più in là. Quasi nessuno, in questo genere, riesce a immaginare un dopo che non sia in due.
Febos sostiene che il suo libro non promuove l'astinenza e non è contro il sesso, e le si può credere. Ma la forma è già una tesi. Una donna sta male in amore, si ritira, lavora su di sé, ritrova il piacere, e viene ricompensata con la persona giusta. È la trama di una commedia romantica con un intervallo più lungo del solito, e un apparato di note migliore.
Ma d’altronde il titolo lo aveva detto per primo: una stagione secca non è un deserto.

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