Mangiarci a vicenda
I racconti distopici si basano su evoluzioni esasperate e tragiche della società contemporanea in cui viviamo e dei suoi aspetti peggiori; è il genere che più di tutti è in grado di inquietare, lasciando nel lettore la percezione che quel futuro fittizio non sia poi così irrealizzabile o lontano. Ciò lo rende ancora più terrificante.
Il romanzo Cadavere Squisito, dell’autrice argentina Agustina Bazterrica, parte dall’ipotesi che la carne animale non sia più commestibile, a causa di un virus che ha contagiato tutta la fauna mondiale e che ha portato alla sua estinzione. Di fronte a una situazione così estrema, per quanto improbabile possa sembrare, la domanda interessante, quale presupposto per il vero nucleo di un racconto futuristico, è come evolverebbe la nostra società di oggi: diventeremmo tutti vegetariani, causando il collasso di un’intera industria mondiale come quella che ruota attorno al consumo di carne? Investiremmo tutti nella carne coltivata? Oppure, in virtù di un certo purismo gastronomico da preservare a tutti i costi, troveremmo un’altra fonte? Una che si avvicini il più possibile alla carne che conosciamo oggi, che ne ricordi il sangue, il colore e il sapore?
L’autrice sceglie lo scenario più agghiacciante, ma anche il più amaramente verosimile: descrive una società che si è adattata al virus iniziando a consumare carne umana: una nuova fonte, sicura, simile in modo angosciante a quella a cui siamo abituati. Sceglie di narrare dal punto di vista di chi lavora nell’industria e ha uno stabilimento di macellazione, in cui, in questo scenario, vengono smembrati corpi umani. Usa descrizioni dettagliate e macabre per illustrare ogni aspetto del funzionamento di uno stabilimento, in maniera analoga a quelli che lavorano oggi la carne animale; se non fosse per i riferimenti alle caratteristiche anatomiche delle bestie macellate: braccia, gambe, dita; nomi familiari, ma spaventosamente fuori posto, questi elementi rendono la lettura stomachevole, disturbante. Sapere cosa accade in uno stabilimento è di per sé angosciante, ancora peggio se il cibo ha un volto, un corpo simile al nostro.
In una società che condanna il cannibalismo con tanta convinzione, uno scenario simile sembra impossibile. Le norme sociali e giuridiche si fondano sul concetto scientifico di specie animale: ma nel momento in cui questa distinzione viene meno, perché quasi tutti gli animali sono estinti, ha ancora senso distinguere le specie, ora che ne rimane una sola? Questa società risolve il problema creando una categoria di persone commestibili, distinte dai loro carnefici unicamente per nascita, per i timbri che vengono loro impressi sulla pelle, che li classificano come cibo. Quando nascono negli stabilimenti, da madri-prodotto, vengono strappate loro le corde vocali e vengono lasciati crescere da soli, in cattività, pronti per produrre altri cuccioli o per il macello.
Ma il confine tra chi mangia e chi viene mangiato è labile, proprio perché definito unicamente da convenzioni collettive: in questo mondo, chi ha debiti si vende come preda da cacciare e mangiare; chi è troppo povero per comprare carne, o in generale cibo, ruba cadaveri. Di persone con nomi e cognomi.
“Se una persona con nome e cognome si può mangiare, legalmente, e questa persona non è considerata un prodotto, che cosa ci impedisce di mangiarci gli uni con gli altri?”
Così l’industria prosegue, retta dal capitalismo. Un sistema economico che, piuttosto che rinunciare al guadagno, muta la società a proprio favore e ridefinisce la morale, risolvendo così più di un problema. Piuttosto che cercare una cura per il virus e tornare così a mangiare carne animale, si sceglie di mangiare i propri simili, vedendoli come un nuovo cibo, una merce d’acquisto, una nuova categoria di bestiame.
Non si tratta solo di una questione economica, ma anche di sopravvivenza del sistema capitalistico stesso. “Se ci mangiamo gli uni con gli altri, tengono a freno la sovrappopolazione, la povertà, il crimine”. Permettere la macellazione di esseri umani risolve i problemi dei ricchi, permettendo loro di prosperare, mentre i poveri sono impegnati a difendersi e a procacciarsi altri umani.
La nostra società capitalista funziona solo se i poveri sono distratti dai loro problemi, impegnati a scontrarsi tra loro per elevarsi di ceto, schiacciando gli altri, mentre idolatrano il ricco e fanno il tifo per lui. “Dopotutto, da che mondo è mondo, non facciamo altro che mangiarci a vicenda. Quando non in maniera simbolica, ci fagocitiamo letteralmente.” Per questo, il racconto di Bazterrica funziona: non soltanto per l’inquietudine che suscita, per le descrizioni spaventose e il ribrezzo verso la carne animale stessa, ma soprattutto per la sua dimensione allegorica e per la paura delle possibili evoluzioni di tutto il sistema capitalistico, di cui nostro malgrado siamo ingranaggi, vittime e carnefici.

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