Perché l’arte astratta e l’Espressionismo astratto non sono la stessa cosa (e perché il secondo non è pittura)
- tentativo2ls
- 22 mar 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 31 mar 2025
Sarebbe assolutamente inutile negare, ahinoi, l’enorme e scoraggiante confusione che tormenta due delle correnti fondamentali della storia dell’arte contemporanea, ovvero l’arte astratta e l’Espressionismo astratto.
È doveroso invocare, dunque, un quanto mai urgente intervento teorico a riguardo, per scindere finalmente a colpi di bisturi estetico questi due (solo apparenti) gemelli siamesi della pittura del XX secolo.
Se con arte astratta, o meglio astrattismo, o meglio ancora non-figurativismo, intendiamo infatti l’insieme delle tendenze d’avanguardia che, a partire dalla Germania di Kandinskij, rifiutarono categoricamente ogni subordinazione della creazione artistica alla semplice mimèsis del “reale”, con Espressionismo astratto indichiamo piuttosto tutta quella vague a-referenziale e anti-imitativa che esplode in primis nei paesi vincitori della Grande Guerra, in Europa (dove parliamo più correttamente di arte informale) e negli Stati Uniti (dove parliamo più giustamente di action painting).
La differenza tra le due correnti, fin qui magari non troppo evidente (possiamo concedercelo), non è però squisitamente cronologica e geografica - dato che ogni fattore di questo tipo è in ultima analisi assolutamente inutile nella Storia dell’Arte (con buona pace di Vasari e vasariani). Al contrario, la radicale e imprescindibile e viscerale diversità tra Espressionismo astratto e Astrattismo risiede proprio nel campo d’azione dei loro rappresentanti.
Se difatti un Mondrian, un Malevic, un Delaunay, per citare qualche campione sparso dell’astrazione, s’interessano sostanzialmente alla dimensione dello Spazio, un Twombly, un Rothko, un Motherwell, per elencare certi nomi di espressionisti astratti, si dedicano piuttosto alla materia del Tempo. In effetti, basta mettere a confronto uno qualunque dei quadri degli artisti appena citati per riconoscerlo: al di là di ogni questione di mera purezza artistica e creativa, oltre ogni pretesa di “assolutezza pittorica” e superamento del reale, le due tendenze regine dell’arte contemporanea (e del suo mercato) si dimostrano radicalmente differenti, addirittura opposte, agli antipodi. A livello stilistico e formale, i secondi ci permettono di osservare, di vivere la creazione stessa dell’artista nel suo farsi (cosa che la frequente rigidità monolitica degli astrattisti non ci concede affatto). In altre parole, l’Espressionismo astratto si fa quasi teatro, happening, sorta di orma sulla sabbia dell’esecuzione da parte dell’autore.
Ma la questione non è semplicemente estetica, e solo per questa volta (si spera) sono le dimensioni a contare: con l’astrattismo, per l’appunto, ci troviamo spesso ancora di fronte a tele di dimensioni limitate, in ogni caso ben lontane dai metri e metri di volume delle produzioni degli espressionisti astratti. Le opere astratte sono spesso (ma non sempre, è ovvio) ancora comprensibili in una sola occhiata, in uno sguardo unico e, all’occorrenza, immobile, contemplativo. Al contrario, le enormi pitture dell’Espressionismo Astratto esplodono su dimensioni mai viste, ben superiori anche a quelle notoriamente riservate dalla tradizione accademica ai quadri di carattere storico (da Félibien a David), obbligando dunque lo spettatore a muoversi.
Qui sta lo scacco.
La Temporalità alla quale si faceva riferimento come elemento distintivo dell’Espressionismo Astratto è quindi doppia: si tratta di un Tempo che è tanto presente nel gesto pittorico dell’autore (il segno) quanto lo è nell’incontro espositivo dello spettatore (lo spettacolo). Quasi nessun quadro dell’Espressionismo astratto, da Joan Mitchell al trito e ritrito Pollock, permette una visione conchiusa e unica, imponendosi al contrario come un vero e proprio ambiente da attraversare nel tempo. Piuttosto che essere annoverati tra le schiere storiche dei cosiddetti “pittori” - termine troppo polveroso, che fa pensare a Da Vinci, al cavalletto, alla bottega - allora, i cavalieri dell’astrazione espressionista dovrebbero invece essere studiati come veri e propri architetti. Se infatti ha ragione (e il se, la protasi, è qui una pura formalità retorica, visto che ragione certamente ha) Bruno Zevi, quando in “Saper vedere l’architettura” sottolinea che la vera condizione architettonica non è lo spazio quanto piuttosto il tempo dell’attraversamento e dell’esperienza dell’edificio stesso, ecco che Rothko e Carla Accardi non saranno più banali pittori, noiosi imbianchini, bensì inarrivabili architetti, coreografi - o scultori, per citare il compianto Bill Viola - del tempo.
Affermando quindi che l’Espressionismo astratto non è pittura, non si sta dando voce in alcuna maniera a una qualche critica di quest’ultimo. Al contrario, gli si sta inneggiando: per un centimetro di Emilio Vedova si deve essere pronti a bruciare ogni Raffaello! Quale conquista pittorica può infatti essere anteposta a quella del miracolo del Tempo su tela? Ci dispiace per i pomposi sproloqui e i vani sermoni dei Cubisti e di compagnia cantante, ma la vera e unica trasposizione del Tempo in pittura arriva appunto soltanto con l’Espressionismo astratto, che ultima gli sforzi delle avanguardie (tra le quali la prima astrazione, dalla quale come s’è visto si distingue prepotentemente) e rompe le ultimissime catene della dittatura della tela, aprendo le porte della Street Art, della Performance e della Land Art. Insomma, niente Basquiat, niente Abramovic, niente Christo e Jeanne-Claude senza Rothko, De Kooning e Pollock.

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