Non è un paese per Reporter
- tentativo2ls
- 27 ott 2025
- Tempo di lettura: 4 min
“L’Italia del futuro: un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte.”
Non posso che iniziare citando il fantastico Valerio Aprea, uno degli “sceneggiatori annoiati” di Boris per introdurre l’esplosione della macchina di Sigfrido Ranucci.
Perché in Italia è così: serviva far esplodere la macchina di uno dei pochi giornalisti d’inchiesta seri rimasti per ricordarci che siamo quarantanovesimi al mondo per libertà di stampa. Ci serve il rumore di un esplosione per accorgerci che qualcosa non va. Ma purtroppo il tempo del boato dura poco: un pomeriggio, un paio di titoli, poi puff, dimentichiamo tutto.
Ci siamo talmente abituati al degrado che ormai è diventata quasi una nuova forma culturale. “Eh vabbè, ma tanto è sempre stato così.” La frase più abusata e semplicistica per tenerci buoni. Ma in fondo, si sa, siamo dei nostalgici.
A questo punto potrei benissimo lanciarmi in una pirotecnica invettiva contro il nostro amabile governo di estrema destra, parlare di censura e fare divertentissime battute su Piazzale Loreto. Ma, per quanto odi cordialmente Giorgia Meloni — cioè quel tipo di odio che si riserva alle multe ZTL prese per colpa del navigatore — non posso attribuire a lei tutta la colpa della deriva che ha preso il giornalismo oggi: perché non è colpa SOLO della Meloni se la stampa è inascoltata, perché è ignorata anche da se stessa.
L’ultimo caso eclatante è quello del Sole 24 ore. La redazione ha proclamato sei giorni di sciopero dopo che la direzione ha pubblicato un’intervista alla Presidente affidata ad una collaboratrice esterna, Maria Latella—giornalista che non ha mai nascosto una certa simpatia per Fratelli d’Italia—senza alcun confronto con chi lavora all’interno della redazione. Una bella decisione imposta che lancia chiaramente il messaggio che l’autonomia editoriale oggi è diventata una concessione e non un sacrosanto principio.
Il giorno dopo, il giornale è uscito comunque: solo 8 pagine, ma sufficienti per proporre l’intervista incriminata. La FSNI l’ha definita una vera e propria offesa alla storia del giornale, ma la notizia , come al solito, è scivolata via quasi senza nessun rumore. Eppure è un fatto di una gravità assoluta: un giornale di Confindustria che prende in giro la propria redazione per gestire un contenuto politico è la fotografia perfetta di come la libertà d’informazione si perda non per la censura, ma per subordinazione economica. Non serve bloccare le parole, basta amministrare chi le scrive.
E quando una redazione protesta per difendere il diritto di sapere cosa viene pubblicato a suo nome, e il paese non si accorge di nulla, significa che la democrazia dell’informazione è già stata delocalizzata. Così, mentre Ranucci subisce una bomba fatta di polvere da sparo, la redazione del Sole 24 Ore ne subisce una amministrativa. Due bombe diverse per lanciare il medesimo messaggio: non sei più tu, giornalista, a decidere cosa raccontare. E intanto il pubblico, distratto, non sa distinguere più la notizia dal comunicato stampa.
Nel frattempo, la nostra “signor Presidente” ha avuto anche la brillante idea di vantare che l’Italia ha “scalato nove posizioni” nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. Peccato che la scala funzioni al contrario: più il numero è basso, meno sei libero.
Infatti il Sole 24 Ore non è stata un’eccezione. È solo uno dei tanti sintomi.
La RAI si è normalizzata come una grande azienda statale. Le epurazioni oggi avvengono con la forma delle sostituzioni: Annunziata che si dimette, programmi come Report a cui vengono dimezzati i fondi. Non serve più togliere la parola in maniera netta, basta trasformare la censura in un vero e proprio palinsesto televisivo.
Anche nelle redazioni dei giornali locali i cronisti subiscono intimidazioni e querele, ma non fanno notizia. Nel 2024 sono stati oltre 500 i giornalisti minacciati, secondo Ossigeno per l’Informazione.
Oggi un giornalista può indagare rischiando la vita, ma l’unica reazione pubblica sarà un like di circostanza.
Questa indifferenza, questa pigrizia che chiamiamo “stanchezza”, è la forma più efficiente di autoritarismo mai inventata: quella che non impone nulla, ma toglie lentamente il desiderio di sapere.
Perché siamo noi a volere la verità solo se è corta, chiara e se non ci mette a disagio. Infatti Quando scrivo, so già che metà dei lettori si fermerà al terzo paragrafo. Li sento quasi fisicamente, come presenze che svaniscono. È frustrante, ma ironicamente coerente con ciò di cui parlo: stiamo documentando in diretta la nostra estinzione.
Chi arriva in fondo appartiene a una minoranza quasi archeologica: gente che ancora legge con lentezza. Il giornalismo serio oggi è un lusso artigianale, pochissimi hanno ancora il coraggio e la forza di produrlo, pochissimi sono disposti a pagare il prezzo di quel prodotto di qualità.
Quindi sarebbe bello dare la colpa solo al governo, ma il punto che il governo sta semplicemente sfruttando il modo in cui abbiamo imparato a consumare la realtà. Perché Il giornalismo non può sopravvivere senza lettori disposti a farsi mettere in crisi — e noi non ne abbiamo più voglia. Ogni volta che un giornalista si autocensura o un’inchiesta viene stroncata, muore un pezzetto di noi ma non ce ne accorgiamo, perché la censura del futuro è nel gesto: il cioè un pollice che scorre verso il basso.
Noi nel frattempo continuiamo ad essere esasperati dalla Meloni, ma ora è un’esasperazione più triste. Siamo esasperati dalla sua retorica, ma anche dal fatto che funziona perché siamo perfetti per riceverla. Siamo esasperati dal suo tono paternalista, ma ancora di più dall nostra disponibilità ad ascoltarlo. Siamo esasperati dalla sua idea di verità, ma anche dalla nostra che è diventata rapida, performativa e soprattutto superficiale.
Lei governa, ma noi le scriviamo la sceneggiatura. È una partnership nazionale tra potere e pigrizia.
E il giornalismo, in mezzo, muore e si prende tutti gli insulti di un mondo che lo ha trasformato così. Forse la libertà di stampa non è un diritto, ma una ginnastica: se smetti di praticarla, ti si atrofizza.E noi siamo collettivamente fuori forma.
La macchina di Ranucci è esplosa, e noi ci siamo indignati per un pomeriggio.Ma la vera esplosione, quella quotidiana, è quella del pensiero e della coscienza.E il governo, giustamente, ci ringrazia.

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