l Pornstar Martini è per i Beta
- tentativo2ls
- 17 ore fa
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Ci sono due uomini seduti al bancone. Giacca, cravatta, orologi costosi, barba, rispettabilità. Consultano il menu, annuiscono l’un l’altro e, senza alcun tentennamento, ordinano: due Pornstar Martini. Non parlano tedesco, dunque
per loro è impossibile comprendere la reazione dei miei colleghi: «Sono Beta o froci sicuro. Il vibratore rosa lo vogliono insieme al drink o dopo?». Certo, del tutto inappropriato, ma io sono l’unica donna all’interno di quel bar, e non posso
comprendere fino in fondo quanto sia inopportuno per un uomo Alpha ordinare un drink da donna.
5 cl di Vodka alla vaniglia, 1,5 cl di Passoã, 3 cl di succo al frutto della passione e 1,5 cl di sciroppo alla vaniglia; shake, strain e servi il tutto accompagnando al bicchiere da Martini uno shot di Champagne. Per non saper né leggere né scrivere no, non credo questi ingredienti possano comunicare le preferenze sessuali di una persona, ma, a scanso di equivoci, occorre specificare come il Pornstar Martini sia solo uno dei tanti esempi in cui il consumo alimentare e alcolico diviene un linguaggio di genere in grado di attribuire prestigio, desiderabilità e vergogna.
Nato a Londra nel 2002 - un cocktail ancora adolescente, sicuramente un neonato in confronto a certi colleghi nati sotto l’ombra del Proibizionismo –, questo drink, così come molti altri alcolici, viene generalmente associato alle donne a causa della sua spiccata dolcezza. Ironico, considerando come il suo inventore, il bartender Douglas Ankrah, abbia immaginato per la prima volta questo cocktail al Maverick’s Gentelmen’s Club di Città del Capo, un locale per soli uomini, tanto che in un primo momento decise di chiamarlo Maverick’s Martini, cambiando nome solo in un secondo momento.
Tuttavia, il nocciolo della questione è un altro: affermare che “il Pornstar Martini è per i Beta” è anzitutto indice di come le norme sociali patriarcali e la mascolinità tossica vadano a braccetto. Se – come teorizzato da Judith Butler – il genere è performance, il bicchiere non è affatto neutro: è parte della messa in scena del sé e denigrare tale scelta diviene indice di un sistema normativo che classifica i corpi e le scelte attraverso ciò che si mangia e si beve.
Ampiamente utilizzato in seno alla teoria femminista, il termine «mascolinità tossica» non possiede alcuna definizione universale e/o univoca, pur indicando un insieme di norme, credenze e atteggiamenti che stabiliscono come deve, o dovrebbe, essere un uomo. In cima alla catena alimentare vi è l’uomo Alpha, il leader naturale, emotivamente controllato, sicuro di sé, aggressivo quando necessario. Traendo le proprie conclusioni da una presunta gerarchia animale, è una rilettura socioculturale del tutto infondata: in natura non esiste alcuna gerarchia né struttura tanto rigida, al contrario le dinamiche di branco sono ben più flessibili, contestuali ed influenzabili. Eppure, per la cultura machista essere un Alpha è indice di rispettabilità e coerenza, un’interpretazione tanto dannosa quanto discriminante e marginalizzante non solo per chi non rientra nella definizione del termine — come Beta e soyboy —, ma per gli stessi individui che ne portano avanti la bandiera, ingabbiandoli in dettami prestabilisti che rendono impossibile qualsiasi espressione del sé differente da quella egemone.
Per farla breve, la mascolinità tossica trasmette l’idea che vi sia un solo modo di essere uomini, marginalizzando e stigmatizzando chi non rientra in tali dettami. Preoccupati per la morte della mascolinità, gli Alpha pendono dalle labbra di Andrew Tate, ascoltano podcast motivazionali e si struggono nella consapevolezza di doversi impegnare il doppio per non scendere di categoria. Essere un Alpha è un lavoro a tempo pieno: attività specifiche, sport, dieta, attenta pianificazione quotidiana e, soprattutto, una rigida divisione dei ruoli sociali tra uomo e donna.
Si giunge dunque ad un altro modo di indagare la faccenda, poiché si tratta di un argomento che affonda le sue radici nella sociologia del XX secolo, nel tema della performatività del genere e della cultura materiale del consumo. La distinzione tra “bevande da uomo” e “bevande da donna” è una classificazione socialmente costruita tanto quanto la stessa distinzione tra bevande “forti” e “leggere”. Come efficacemente indagato dal teorico dell’interazionismo simbolico Erving Goffman nel testo Gender Advertisements, nel corso del XX secolo pubblicità e società del consumo hanno intrecciato tra loro ordine di genere, controllo del corpo femminile e costruzione della rispettabilità maschile, veicolando una grammatica sociale precisa che assegna diverso valore alle stesse pratiche a seconda di chi le compie. Non solo, come evidenziato da Pierre Bourdieu in La Distinction. Critique sociale du Jugement il gusto non è esclusivamente preferenza individuale, bensì dispositivo di differenziazione sociale: ciò che mangiamo, beviamo e consumiamo comunica posizione, classe, capitale simbolico ed appartenenza sociale.
Naturalmente la distinzione di genere non appartiene esclusivamente al consumo d’alcol, anzi, si potrebbe affermare come questo tema sia solamente un aspetto “secondario” della vicenda. Brand advertisement, società del consumo e pratiche parasociali consolidano il binarismo di genere nella dieta, un aspetto tutt’altro che secondario nell’indagine della Manosfera, della comunità Incel ed Alt-Right. La dieta diviene parte di un sistema integrato: chirurgia plastica, reiterazione di slogan, pratiche come il Looksmaxxing e il Bonesmashing – il calcolo “scientifico” della perfezione del volto maschile e la pratica di colpirsi zigomi e mascelle con un martello per provocare micro-fratture atte a ingrossare la struttura ossea del volto -, ma soprattutto classificazione gergale. L’uomo Alpha non può bere drink da donna, deve prediligere acolici forti e virili, deve mangiare grandi quantità di carne rossa e derivati animali al fine di poter sviluppare
forza e muscolatura onde evitare di diventare un soyboy, il “ragazzo soia” concepito dai reazionari di destra statunitensi per indicare un maschio contemporaneo fragile, debole, passivo, in poche parole troppo femminile. Il soyboy è non conforme non solo in quanto liberale, bensì in quanto vulnerabile: il suo stomaco non sopporta il latte intero perché Darwin lo sta punendo, sceglie di non mangiare carne perché tanto non ha alcuna massa muscolare da sviluppare. Non sorprende che il termine nasca da una cospirazione: contenendo un alto livello di fitoestrogeni, la soia sarebbe un alimento progettato dalla sinistra per de-mascolinizzare gli uomini gonfiandoli con gli estrogeni, riducendo il loro livello di testosterone e la conta degli spermatozoi. La conclusione è sempre la stessa: un uomo debole, nel migliore dei casi, può essere considerato Beta, nel peggiore dei casi diventa troppo simile a una donna.
Si torna dunque a quel tavolo, a quei due uomini rispettabili solo in apparenza. Se ordini un Pornstar Martini sei Beta perché sei troppo debole, delicato, sensibile. Non ti impegni abbastanza per comunicare la tua naturale posizione sociale, né per prendere le distanze dall’alterità assoluta qual è l’universo cosiddetto femminile. Le tue scelte nel vestiario, nella dieta, in ciò che ascolti, fai, produci, consumi sono indice di qualcosa di molto più grande: la rispettabilità del branco, l’essere compreso, incluso, riconosciuto. Mi chiedo quanto possa essere stancante doversi preoccupare costantemente di ciò che si fa per paura di essere considerati deboli, poi tutto d’un tratto me lo ricordo: effettivamente sono una donna, certo che lo so.

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