Il ritorno delle cattedrali del consumo
- tentativo2ls
- 5 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
come i centri commerciali promettono socialità, ma continuano a svuotare le città e il tempo libero
Overdose da shopping: la mania dei centri commerciali
130mila metri quadrati e circa 16 milioni di euro d’investimento: il tutto per la riqualificazione del vecchio centro commerciale Auchan di Cinisello Balsamo, inaugurato nel 2007 e chiuso dopo pochi anni. Il progetto – ambizioso e volto inoltre a dare linfa nuova a una delle principali arterie stradali della provincia meneghina – avrebbe compreso un nuovo polo del divertimento e dello shopping, con annesse piste ciclabili, parcheggi e parchi. Il rendering e la buona volontà erano presenti e pulsanti, ma nonostante il semaforo verde da parte del Comune di Cinisello Balsamo nel 2017 (progetto Bettola-Auchan) l’intero piano, ad oggi, non solo non è stato portato a termine, ma non è mai cominciato.
Da Google Maps, impostando la street view nel luogo dove sorgeva il vecchio Auchan, oggi si può solo notare un gigantesco scheletro corroso dal tempo e dai graffiti, ma non c’è bisogno di preoccuparsi; il progetto, ora ribattezzato Milanord2, è tornato roboante a fine ottobre 2025, nel quale squilli di fanfare annunciano la possibile inaugurazione del nuovo fantasmagorico polo della gioia e del tempo libero per il biennio 2027 – 28: uno dei più grandi d’Europa, because bigger is better.
L’altra mecca del consumo meneghina, il centro commerciale Merlata Bloom, perno della realizzazione del nuovo, modernissimo distretto di Cascina Merlata non se la passa nel migliore dei modi: da un anno dall’inaugurazione nel 2023 numerosi negozianti e ristoratori hanno asserito di aver visto un drastico calo degli incassi e dei clienti. Le motivazioni sono probabilmente da ricercarsi nella carenza di collegamenti diretti tra la città di Milano e la zona in cui svetta il centro commerciale, ma anche con la rivalità di un altro, ennesimo, edificio analogo: il centro commerciale Vulcano di Arese.
I centri commerciali: breve storia e crollo negli usa
Quella dei centri commerciali è una storia divisa in fasi: la prima, avveniristica, che vide la nascita del primo mall nel 1956 a Minneapolis, succeduta dalla loro esplosione di popolarità consolidatasi negli anni Ottanta e infine strozzata dal rapido ma inesorabile declino dalla fine degli anni Novanta fino ad oggi. Il rapido cambio di mode tra i giovani, la crisi del 2008 e l’approdo dell’e-commerce – favorito anche dagli stessi negozianti, vista la quasi assenza di rischio furti di merce grazie all’online – hanno accelerato uno strutturale abbandono di questi giganteschi parallelepipedi di cemento e vetro diventando così luoghi di ritrovo per writer, sbandati ma anche esploratori urbani, dando vita al fenomeno dei dead malls, la cui community su Reddit (r/deadmalls) conta ad oggi 30mila visitatori e in cui fioccano foto, riprese video e reportage di reliquie scovate nei centri commerciali di tutto il mondo.
Non solo shopping: consolidare la trappola del tempo libero come forma di consumo
Reinventare i centri commerciali significa naturalmente recuperare quel fascino – temporaneamente perso – di luogo di consumo: reinventare ma non per cambiare la propria essenza, in parole povere. C’è infatti un settore di centri commerciali che non ha conosciuto crisi, ma anzi una crescita riguardo l’afflusso di consumatori: i centri commerciali di fascia premium, luoghi nei quali sono sì presenti boutique e ristoranti, ma anche cinema, sale giochi e palestre. Una serie di attrazioni per il tempo libero non più improntata solo sul retail, ma su un ventaglio di possibili modi per passare il tempo libero. Nel caso dei cinema, è doveroso citare il fenomeno dei multisala con tecnologia IMAX, in grado di offrire un’esperienza talmente inimitabile al pubblico da essere preferiti anche nei confronti di multisala classici o cineteatri.
L’estetica, inoltre, sembrerebbe essere un elemento di rilevante importanza, con i futuri mall che proveranno a riesumare lo stile Y2k con l’obbiettivo di attirare e fidelizzare il pubblico della Gen Z, fortemente attratto dalle mode del passato.
Riflessione sul tempo libero: come stanno le città?
La preoccupazione che ruota attorno all’articolo riguarda lo stato attuale delle città e la domanda di spazi pubblici e d’incontro. A soffrire sono prima di tutto gli spazi pubblici all’aperto, dove ogni abitante – secondo un report del 2025 – ha acceso a circa 19,5 mq di verde urbano, una superficie leggermente superiore ai 18 mq minimi indispensabili per il benessere di una persona, mentre circa 2 italiani su 10 non ha alcun accesso ad aree verdi. Sul lato del luogo di aggregazione per antonomasia, ossia la scuola, la situazione non migliora affatto: un edificio su tre in Italia (di cui una su due nel Sud) necessita di urgenti interventi di manutenzione, mentre il 63% circa non possiede un certificato di agibilità. Rimanendo nella sfera dell’istruzione, sul lato degli studentati la situazione rimane drammatica: 40mila posti letto disponibili a fronte di 845mila studenti fuori sede.
Una macedonia di elementi che, sommata al caro vita urbano e alla lacerante chiusura di luoghi come cinema cittadini e teatri, produce una serie di disagi per la vita sociale dei suoi abitanti, costellati da uno stuolo ben nutrito di luoghi abbandonati o prossimi a diventare, appunto, supermercati o luoghi dello shopping.
Ripensare gli spazi significa ripensare il tempo libero e il suo impiego: sebbene i colossi del real estate investano milioni per nuovi catalizzatori del consumo, alcune realtà – concentrate nei quartieri delle metropoli – cercano di offrire luoghi di conoscenza e di dibattito. Piattaforme e opportunità di finanziamento comunali come il bando Crowfunding Civico del Comune di Milano, che ha portato all’apertura dello spazio Basèll nella zona di via Padova – che comprende uno sportello per la consegna di pacchi alimentari, uno spazio per dialogo, proposte per il quartiere, letture ed eventi e un bar a prezzi popolari – possono essere il giusto mezzo per garantire sinergia tra la città e i suoi abitanti, permettendo l’approdo di una nuova e recuperata socialità che rischia di sparire.
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